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20 giugno 2021

La Gaṅgā Daśaharā: quando il Gange lava via i peccati

Oggi si celebra la giornata conclusiva della Gaṅgā Daśaharā, o Dussehra, un festival della durata di dieci giorni dedicato a commemorare la discesa della dea Gaṅgā sulla terra sotto forma di fiume, il sacro Gange. In questa ricorrenza, i fedeli s’immergono nelle acque del Gange per liberarsi dai dieci (daśa) tipi di peccato (harā).

La Gaṅgā Daśaharā assume un’importanza simbolica in quanto rievoca il giorno in cui la divinità accetta di lasciare la sua posizione privilegiata in cielo, tra gli dei, per scorrere in terra, ripulendo gli uomini dai peccati di cui si sono macchiati. Un “sacrificio” che, per i devoti, testimonia l’immensa bontà e compassione della Gaṅgā, fonte inesauribile e illimitata di amore materno, nonché sentiero che conduce alla liberazione e alla salvezza eterna.

Un po’ di mitologia: la Gaṅgāvataraṇa, la discesa di Gaṅgā

Prima di assumere le sembianze di fiume, la Gaṅgā scorreva da un capo all’altro della volta celeste. La si poteva osservare nelle notti buie, dirigendo lo sguardo verso la Via Lattea con cui la dea veniva identificata. Perché ha deciso di abbandonare questa sede privilegiata?

Il mito, ricco di dettagli che hanno dell’incredibile, racconta di come il re della città sacra di Ayodhya, Sāgara, non riuscendo ad avere figli dalle sue due mogli, chiede aiuto al saggio Aurva e ottiene che una delle due desse alla luce sessantamila figli. Un dono immenso, seguito però da un’altrettanto grande sciagura. I figli, infatti, distolgono da una profonda meditazione il saggio Kalipa che, per tutta risposta, li uccide rendendoli cenere e condannandoli a un’eterna dannazione.

L’unica divinità in grado di salvare le anime dei poveri fratelli è Gaṅgā, colei dal cui tocco chiunque viene purificato. Unico grande ostacolo per Sāgara è convincere le divinità ad ascoltare le sue suppliche, convincerle di meritare una così grande grazia. Nonostante gli sforzi, il triste re non raggiunge il suo obiettivo.

Il solo che riuscirà a meditare a sufficienza da attirare l’attenzione di Brahmā è Bhagīratha, il nipote di Sāgara, noto come il re asceta. Infatti questi decide di impegnarsi così intensamente nella missione di liberare finalmente i suoi antenati dalle loro colpe al punto da ritirarsi in meditazione tra le vette dell’Himālaya e condurre una vita da asceta.

Il nostro re si dimostra talmente degno di compassione che il suo appello arriva fino a Brahmā, e da lì la trinità dell’induismo si mette in azione per fare in modo che la Gaṅgā compia la sua discesa, avataraṇa, scorrendo in terra e purificando così le ceneri degli antenati di Bhagīratha.

È con perfetta armonia che procede il mito: Brahmā mette in moto la meravigliosa opera, versando dal suo kamaṇḍalu l’acqua della Gaṅgā sul piede di Viṣṇu e rendendola così capace di assicurare il paradiso non solo a chi vi si immerge volontariamente, ma anche a chi vi si bagna per errore. Interviene poi Śiva, che contribuisce a rendere quanto più dolce possibile la caduta dell’acqua sulla terra, filtrandola con la sua jaṭā, quell’acconciatura che caratterizza il dio in ogni sua rappresentazione e da cui, sovente, viene proprio raffigurato il rivolo d’acqua della dea che sgorga soave.

Di simbologie non è solo pieno il mito appena raccontato, ma anche la data in cui la Gaṅgā Daśaharā viene celebrata: tradizionalmente è in questo periodo che le acque del Gange raggiungono il minimo stagionale prima di essere nuovamente alimentate dalle piogge monsoniche.

Una curiosità! Il Gange sfocia nel Golfo del Bengala e, nel punto in cui incontra l’oceano,

c’è un’isola il cui nome, Gaṅgāsāgar, vuole rievocare ciò da cui tutto è iniziato.

Qui si celebra il secondo festival religioso più grande dell’India dopo la Kumbhamelā.

Sab Tīrth bar bar, Gaṅgāsāgar ekbar” è lo slogan: si possono visitare tutti gli altri luoghi di pellegrinaggio più e più volte, ma un pellegrinaggio a Gaṅgāsāgar vale tutta la vita.

Ringraziare la Gaṅgā tutti i giorni

Non bisogna aspettare il decimo giorno di luna crescente del mese di Jyeṣṭha (maggio-giugno), e quindi la Gaṅgā Daśaharā, per perdersi tra la folla di fedeli che anima i
ghāṭ, le scalinate che conducono al Gange. Infatti, in città come Vārāṇasī, Haridwār e Allāhābād – per nominarne solo alcune – questa energia sacra e connessione con la dea Gaṅgā si percepisce quotidianamente.

Immaginiamo di trovarci a Vārāṇasī. Il ritmo sulle sponde del Gange è scandito dalla Gaṅgā-ārtī, una cerimonia che si tiene ogni giorno all’alba e al tramonto e durante la quale i sacerdoti, paṇḍit, allineati lungo il corso di acqua sacra e rivolti verso di esso, aprono la cerimonia emettendo un suono con un guscio di conchiglia. Poi, innalzano e muovono in senso orario lampade a olio a più livelli, seguendo il ritmo dei mantra da loro pronunciati. Offrono alla divinità fuoco, incenso e canfora. La cerimonia termina poi con il canto dell’inno a Gaṅgā (Gaṅgā Laharī) “… O Madre Gaṅgā… Possano le tue acque, sublime vino di immortalità, portare sollievo alle nostre anime turbate”.

Assistere a questa cerimonia è sicuramente molto suggestivo e, comprendere la simbologia che si cela dietro ogni movimento compiuto dai paṇḍit rende l’esperienza ancora più speciale. Ci sarebbe ancora molto da raccontare, ma lasciamo la parola a voi! Conoscevate i motivi che rendono sacro il fiume Gange? Ma soprattutto, avete già avuto la possibilità di assistere a uno dei rituali di cui vi abbiamo parlato oggi? Scriveteci per raccontarcelo e mandateci le vostre foto!

Gaṅgāvataraṇa
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Valeria Termolino

Mi sono laureata in Lingue e Civiltà Orientali alla Sapienza seguendo un percorso incentrato sullo studio della lingua hindī e dell'enorme patrimonio culturale del sub-continente indiano. Durante la laurea magistrale ho trascorso un periodo di studio nel Jharkhand per scrivere una tesi sullo storytelling delle popolazioni Ādivāsī che vivono nello Stato nord-orientale dell'India.