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3 maggio 2020

Come va a Delhi

3 maggio 2020, giorno 43 del lockdown di Delhi, vigilia della presunta fine della prima estensione, che si è tradotta in una divisione in zone-semaforo. Confusi? Tranquilli, ora vi racconto, con ordine, quello che è successo a Delhi, dove vivo da un anno:

  • 22 marzo: Modi ji, amato Primo Ministro dell’India, proclama per tutto il paese una domenica di Janata Curfew, cioé isolamento volontario (un caso che il suo partito sia il Bharatiya Janata Party?). Nel frattempo alcune città ed alcuni Stati federali hanno già imposto il lockdown i giorni precedenti, il governatore di Delhi Kejriwal proprio quella sera annuncia il lockdown della capitale dal giorno successivo.

  • 24 marzo: tutta l’India si fermerà in un lockdown totale dal giorno successivo, per 21 giorni. Modello italiano, con la differenza che l’India non è affatto simile all’Italia per troppe ragioni: dalle città si metterà in moto una crudele migrazione (definita la più grande dopo la Partition del ‘47) dei migranti senza contratti stabili che non possono sopravvivere in città senza lavorare che si dirigono a piedi verso i propri villaggi di provenienza. Alcuni perdono la vita in cammino. Il governo metterà a disposizione insufficienti mezzi di trasporto che ovviamente non garantiranno alcun distanziamento sociale. 

  • 14 aprile: prima estensione del lockdown fino al 3 maggio (grazie al cielo)

Eccoci ad oggi: mentre l’Italia entra domani in fase due, l’India si divide in zone rosse, arancio, verdi. Venerdì scorso il Governo centrale ha infatti annunciato la seconda estensione di due settimane ma differenziata, appunto, per durezza delle misure: le città metropolitane e le zone più colpite sono ovviamente rosse e le zone dichiarate Covid Free, come ad esempio il territorio di Goa, il Sikkim, il Nagaland, saranno verdi e, pur non tornando alla normalità, avranno maggiori libertà di movimento.

Quando mi chiedono “come va a Delhi in questi giorni?” non so mai come rispondere, perché, chiusa nel mio monolocale, uscendone solo una volta a settimana per la spesa, non riesco a percepire davvero qual è il sentimento che si respira in città. Dalle notizie dei media vedo iniziative (spesso private) di distribuzione di pasti ai meno fortunati e ai cani randagi. I Governi hanno solo chiuso tutto, non programmando alcun tipo di iniziativa per i più deboli, che, appunto, o scappano dalle città o fanno la fame e sperano nella solidarietà della società civile, stretti in slum in cui l’unico distanziamento sociale possibile è quello che impedisce loro di venire a contatto con i più ricchi. Nonostante i primi casi scoperti a Delhi fossero di italiani in vacanza o di turisti indiani di ritorno dall’Italia, anche stavolta sono riusciti a puntare il dito contro i musulmani e a dare loro la colpa del contagio di tutta la città, per via di un raduno tenutosi prima del lockdown in cui un numero importante di persone avrebbe partecipato e poi portato il virus in ogni moschea cittadina e quindi in ogni quartiere con una moschea: la propaganda comunalista non dorme mai. 
Nel mio quartiere vedo persone non troppo preoccupate in giro, quasi tutti, se non con la mascherina, almeno con la dupatta o con un fazzoletto legati di fronte  a naso e bocca. Tuttavia capannelli di 4 o 5 persone che indisturbati si trovano a tutte le ore, e spesso includono guardie che siedono di fronte a negozi chiusi ed a ristoranti aperti per l’asporto e chi una casa confortevole in cui rifugiarsi non ce l’ha.  Nella zona del mercato trovo persone sole o coppie che fanno spesa rimanendo fuori dai negozietti di alimentari dove ora non si entra: si fa la fila a distanza di un metro, poi si consegna o declama la lista. Ci sono pochissime macchine in giro (che riescono comunque a suonare il clacson inutilmente), niente Uber o Ola, qualche bici: una calma molto piacevole abbinata ai fiori della primavera che sta velocemente raggiungendo i 40 gradi. Consegne attive, ma solo di beni di prima necessità come cibo, medicinali e prodotti basilari per la cura della persona, niente libri, elettrodomestici o mobili, cosmetici. 
L’India si vanta di aver agito tempestivamente ed aver ridotto il numero di contagi e decessi: sono molto scettica sul numero di tamponi fatti in percentuale agli abitanti e quali categorie di abitanti siano state sottoposte a tampone. Non escludo infatti ci sia tutta quella fascia di popolazione in difficoltà, scappata dalle città, di cui nessuno si è preoccupato nelle misure e nelle politiche, affamata, condensata negli slum, povera, abbandonata al proprio destino, non testata, non importante, invisibile se non quando si assembra in fiumi e percorre a piedi le autostrade deserte per centinaia di chilometri.

 

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Martina Stura

Sto per completare la laurea magistrale in lingua hindī presso l’Università di Torino, proseguendo un percorso iniziato alla Ca’ Foscari di Venezia con la triennale. Dell’India mi interessa la tradizione che si mescola alla modernità e l’attualità politica, economica e sociale. Mi sto avvicinando al tema della costruzione dell’identità e mi tengo aggiornata sugli ultimi successi di musica e cinema, sia per la lingua che come fenomeno in sé.